“ So che non si può restare soli in Europa; ovvero, se ci si crede abbastanza forti per esserlo, si commettono solo pazzie”

Drieu La Rochelle

venerdì 24 giugno 2016


Pierre Drieu La Rochelle 
- Parigi, 3 gennaio 1893 – Parigi, 15 marzo 1945- 


Nato da una famiglia normanna, piccolo borghese e nazionalista residente nel XVII arrondissement di Parigi e straziata dai problemi coniugali ed economici, Drieu La Rochelle studia alla Scuola Libera di Scienze Politiche (École Libre des Sciences Politiques). È bocciato all’esame finale e, sentendosi preclusa la carriera diplomatica che sognava di intraprendere, pensa per la prima volta al suicidio, tentazione costante durante la sua vita. Nel 1914 parte per il fronte. Esce traumatizzato dalla esperienza della Prima guerra mondiale e ne trae ispirazione per scrivere la raccolta di novelle La comédie de Charleroi che sarà pubblicata nel 1934.
Nel 1917 sposa Colette Jéramec, sorella di André Jéramec, suo migliore amico, dalla quale divorzia nel 1921. Sempre nel 1917 La Nouvelle Revue française pubblica Interrogation, il suo primo libro.
Vicino ai surrealisti ed ai comunisti negli anni 1920, si interessa anche all’Action Française, senza aderire a nessuno di questi movimenti e stringe amicizia con Louis Aragon.
Si fa conoscere, nel 1922, con un saggio Mesure de la France, e pubblica diversi romanzi.
Nel saggio Genève ou Moscou (Ginevra o Mosca), nel 1928, prende posizioni pro-europeiste, che lo portano ad avvicinarsi successivamente ad alcuni ambienti padronali, in particolar modo all’organizzazione Redressement français diretta da Mercier, poi a certe correnti del Partito radicale, alla fine degli anni 1920 e all’inizio degli anni 1930.

Nelle settimane che seguono le manifestazioni anti-parlamentari fasciste del 6 febbraio 1934, collabora alla rivista La Lutte des Jeunes (La Lotta dei Giovani) e si dichiara fascista, vedendo qui una soluzione alla sue proprie contraddizioni e un rimedio a ciò che considera la decadenza materialista delle società moderne. In ottobre pubblica il saggio Socialisme fasciste (Socialismo Fascista[1] e si colloca nel solco del primo socialismo francese, quello di Saint-Simon, Proudhon e Charles Fourier. Questa scelta intellettuale lo conduce ad aderire nel 1936 al Partito Popolare Francese, fondato da Jacques Doriot e a diventare, fino alla sua rottura con il PPF all’inizio del 1939, editorialista della pubblicazione del movimento L'Émancipation Nationale (L'Emancipazione Nazionale). Contemporaneamente redige il suo romanzo più noto, Gilles.

Durante l’occupazione diventa direttore de La Nouvelle Revue française (NRF) e si schiera a favore di una politica di collaborazione con la Germania, che egli spera si metta alla testa di una sorta di "Internazionale fascista".
A partire dal 1943, disilluso, rivolge le sue preoccupazioni alla storia delle religioni orientali.

Alla liberazione di Parigi nel 1944, rifiutando l’esilio è costretto a nascondersi. Sarà aiutato da alcuni amici, tra cui André Malraux e l’ex moglie Colette Jéramec.

Dopo i due tentativi falliti dell’11 e 12 agosto 1944, il 15 marzo 1945 stacca il tubo del gas e ingerisce una forte dose di fenobarbital.

È considerato uno dei più importanti interpreti, in ambito letterario, di quel cosiddetto "socialismo fascista", caro a molti intellettuali "di destra" e ben descritto nel saggio Fascismo immenso e rosso dello scomparso giornalista Giano Accame.



LE OPERE

. Interrogation, 1917, raccolta di poesie 

• Fond de cantine, 1920, raccolta di poesie 

• État-civil, 1921, romanzo 

• Mesure de la France , 1922, saggio 

• Plainte contre inconnu, 1924, raccolta di poesie 

• L'homme couvert de femmes, 1925, romanzo (L'uomo pieno di donne, Passigli Editore, 1995) 

• Le Jeune Européen, 1927, saggio 

• Genève ou Moscou, 1928, saggio 

• Blèche, 1928, romanzo 

• Une femme à sa fenêtre, 1930, romanzo 

• L'Europe contre les patries 1931, saggio 
• Le Feu Follet (1931), romanzo (Fuoco fatuo, SE, 2002) (da questo romanzo, Louis Malle ha tratto nel 1963 l'omonimo film) 
• Drôle de voyage (1933), romanzo (Che strano viaggio, Rusconi Editore, 1971) 
• Journal d’un homme trompé (1934), raccolta di novelle (Diario di un uomo tradito, Sellerio, 1992) 
• La comédie de Charleroi 1934, raccolta di novelle (La commedia di Charleroi, Fazi Editore, 2007) 
• Socialisme fasciste, 1934, saggio 
• Béloukia, 1936, romanzo 
• Doriot ou la vie d'un ouvrier français, 1936, saggio 
• Avec Doriot, 1937, saggio 
• Rêveuse Bourgeoisie, 1937, romanzo 
• Gilles, 1939 romanzo (censurato, la versione integrale uscirà nel 1942) 
• Ne plus attendre, 1941, saggio 
• Notes pour comprendre le siècle, 1941, saggio (Appunti per comprendere il secolo, Arktos, 1988) 
• L'homme à cheval, 1943, romanzo (L'uomo a cavallo, Il Sigillo, 1978) 
• Les chiens de paille, 1944, romanzo (I cani di paglia, Cavallo Alato, 1979) 
• Mémoires de Dirk Raspe, 1944 romanzo (incompiuto, pubblicato nel 1966), (Memorie di Dirk Raspe, SE, 1996) 
• Récit secret suivi de Journal 1944-1945 et d'Exorde, memorie, 1961, (Racconto segreto seguito da Diario 1944-1945, SE, 2005) 
• Histoires déplaisantes, (postumo, 1963), raccolta di novelle 
• Journal d’un délicat, romanzo (postumo, 1963) (Diario di un delicato, SE, 1998) 
• Journal 1939-1945, (postumo, 1992), memorie




Povera Europa

Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro.

Vento asiatico, vento slavo, vento ebraico, vento americano.

E non lo sai. Sarai morta senza saperlo.

Questo perchè non hai coscienza di te, o hai perso questa coscienza, o non l’hai ritrovata. Hai avuto una coscienza, ma ne hai perso man mano gli strumenti.

Coscienza cristiana: coscienza per il papato, la Chiesa, i grandi ordini.

Coscienza per l’espansione franca, per l’espansione germanica, per la feudalità, per l’Impero.

Coscienza per l’arte francese, l’arte italiana, ancora l’arte francese, l’arte tedesca, l’arte inglese. Coscienza per i Rinascimenti, la Riforma, la Rivoluzione.

Coscienza per la filosofia, la scienza.

Coscienza per la monarchia, l’aristocrazia, la borghesia, il proletariato.

Coscienza per il socialismo.

Coscienza per la sofferenza del 1914-1918, coscienza per Ginevra. Coscienza per il fascismo e l’antifascismo, il comunismo e l’anticomunismo.

Non hai ancora acquisito la tua nuova coscienza per l’internazionale delle nazioni, per la federazione delle tue potenze grandi e piccole che eleggevano un’egemonia per l’unità del tuo socialismo. E, senza dubbio, l’acquisirai troppo tardi.

Europa, tu che non sei un Impero, sei invasa da due Imperi.

Quello russo e quello americano.

Questi due Imperi vogliono la tua sconfitta e tu non lo sai.

Addirittura, ti presti al gioco di questi imperi tramite le tue forze disgiunte.

Molti europei sono partigiani dell’Impero russo e molti sono partigiani dell’Impero americano. Essi chiamano, con tutta la loro voce, lo spiegamento e l’esplosione della forza russa e della forza americana sull’Europa. Essi si rallegrano quando le orde asiatiche e slave entrano in Europa, nelle tue provincie di Romania e di Polonia, quando le flotte americane bombardano la patria delle tue patrie: l’Italia, dove, dopo lustri di decadimento, conservavi una delle tue più preziose e antiche immagini in quasi completa integrità fisica.


Già dal 1941 una delle tue isole avanzate, l’Irlanda, era calpestata dagli americani e tu non te non te n’eri preoccupata.

L’impero britannico era, nel mondo, una presenza dell’Europa (una compensazione al decentramento, alla stravaganza dell’Inghilterra fuori dall’Europa). Ora questo Impero è subordinato in maniera umiliante agli Imperi americano e russo.
In America esso ha perduto quasi tutto ciò che vi aveva, in un certo senso in nome dell’Europa. E’ una sconfitta e una umiliazione europea il fatto che le isole inglesi della costa americana siano occupate dalle guarnigioni americane; c’è da aggiungere che il Canada scivola nella versatilità americana.
Risulta una minaccia per l’influenza europea nel mondo il fatto che le repubbliche sud-americane, così legate all’Europa, si pieghino sotto il giogo americano l’una dopo l’altra, e che anche l’Intelligence Service sia costretto, causa quel giogo, ad intrighi deboli e nascosti contro lo sbarco yankee.
Stessa situazione nel Pacifico e in Asia, dove ciò che l’Inghilterra non ha ceduto ai giapponesi o ai cinesi, deve abbandonarlo alle iniziative difensive e offensive degli americani.
Ed ecco che l’Inghilterra deve dividere con la Russia e con l’America anche l’Africa, il Vicino e il Medio-Oriente.
Si può dire la stessa cosa per l’Impero francese, per l’Impero portoghese, per l’Impero spagnolo, per l’Impero olandese.
E più di tutti gli altri europei, gli Inglesi fanno i furieri degli Americani e dei Russi. Le isole britanniche, infatti, dopo Guglielmo il conquistatore sono affolltate da milioni di americani ignoranti e sprezzanti. L’Inghilterra è occupata dagli extra-europei ancor prima che lo sia tutta l’Europa.
Se l’Inghilterra è terribilmente colpevole contro l’Europa, anche la Germania lo è. Abbandonando il proprio impero, l’Inghilterra abbandona i suoi beni, i possedimenti e i prestigi dell’Europa all’estero, scatena la doppia invasione della Russia e dell’America; d’altro canto, la Germania impedisce alle comunità europee di confederarsi intorno ad essa, non sapendo oltrepassare il suo nazionalismo, il suo imperialismo, non sapendo trasformare la sua rivoluzione particolare in una rivoluzione universale, non sapendo eliminare tutti gli elementi arretrati che veicola ancora in sè: essa, pura forza socialista, brucia sull’altare della patria europea. Nel 1940 la Germania non ha capito il proprio compito, l’ha solo presentito oscuramente: ha pronunciato la parola Europa senza mettervi niente di più di un vago fremito istintivo.
Assorbito dalla sua giusta visione del pericolo russo, il preveggente Hitler ha sempre agito con saggezza in funzione di questo pericolo.
Ma non ha capito che i gesti da lui compiuti fuori della Russia non potevano non essere scorti dagli interessati nel loro rapporto con quel pericolo ignorato, nato in una vasta zona dell’Europa.
Credeva che le “occupazioni” fossero solo una tappa verso qualcos’altro, verso la ripresa della marcia ad Est, forse solo parate secondarie e acessorie rispetto a quel movimento essenziale. Ma esse non sono state considerate tali dagli interessati, i quali vi hanno visto solo il preludio a volgari conquiste.

Abbiamo dunque una serie di territori occupati che si ritengono gli elementi virtuali di un accatastamento imperialista; non si può trasformarli nelle trasposizioni viventi di una dichiarazione scritta, volontariamente orientate verso una egemonia elettiva, se non si spande ovunque un soffio comune, un movimento comune, che coordinino in una azione e in una speranza comuni gli abitanti sconcertati di questi territori.
A queste popolazioni, le quali in quanto occupate si considerano in procinto di essere conquistate, non si può chiedere di offrire operai e soldati se non si propone loro al tempo stesso un impegno interiore. Impegno che, essendo simultaneamente interiore ad ogni popolo d’Europa, si riveli comune a tutta l’Europa.
Le genti di Polonia e di Bretagna, di Norvegia e di Grecia non possono aver voglia di difendere l’unione dei loro paesi in quanto Europa, a meno che non si dia loro qualcosa di nuovo da difendere; qualcosa che in quanto europei, li sta ora interessando.
L’Europa non può interessarsi a se stessa come un ricordo da resuscitare, un ricordo ignorato dalla maggioranza; si può interessare solo ad un nuovo impegno, il quale potrà renderle tangibile la sua esistenza, che questa inizi o che ricominci.
Può capire la guerra esteriore solo nelle opere di una guerra interiore; può capire una guerra contro il comunismo solo nella realizzazione della guerra socialista.
La Germania poteva suscitare l’interesse dei popoli alla sua presenza, permettere loro di vederla sotto una angolazione diversa da quella dell’occupante, solo facendo di questa presenza una presenza rivoluzionaria. I Tedeschi non interessano in quanto Tedeschi, non più degli Inglesi, Americani o Russi; ciò che interessa è quello che gli uni e gli altri possono apportare. Gli uni il comunismo, gli altri la democrazia capitalista; i tedeschi dovevano imporre il socialismo.
Ogni occupazione tedesca doveva trasformarsi in una rivoluzione nazionale; sarebbe stata una palpitazione della rivoluzione europea.
Inizialmente i popoli sono rimasti delusi dalle occupazioni tedesche, proprio perchè sono sdtate delle occupazioni; ci si rassegnava nel bene o nel male; ci si rassegnava ad essere rovesciati.
C’era un’invocazionein quel terrore che, nel 1940, aveva preceduto l’arrivo delle armate tedesche: si credeva che fossero delle armate rivoluzionarie, più rudi, ma al tempo stesso più innovatrici.
Purtroppo non è successo niente: erano solo armate d’altri tempi e, in un primo momento, solo più gentili di quelle.
Dapprima sono apparse rassicuranti; poi si è iniziato a dare voce alle lagnanze, divenute sempre maggiori. Avremmo preferito essere più scossi all’inizio, sconvolti.
Si è trattato solo di una occupazione militare la quale, contro le varie difficoltà, ha potuto reagire solo con i mezzi militari e, poi, polizieschi. Non abbiamo conosciuto il nazionalsocialismo, abbiamo conosciuto solo gli eserciti e la polizia. Non abbiamo conosciuto il contenuto della Germania hitleriana, ma solo i suoi strumenti esteriori.
La Germania ha voluto rispettare l’antica convenzione delle autonomie, delle sovranità nazionali. Allora ha dovuto impiegare i mezzi, non meno convenzionali di quelli che si usavano in passato, per circuire e assediare queste autonomie: mezzi di pressione diplomatici, finanziari, economici, militari, politici.

Ma c’era bisogno dei mezzi più nuovi, più rispettosi, più vitali della conquista rivoluzionaria.
Fare appello alle grandi alleanze intime, dirette, tra il genio del popolo tedesco e il genio degli altri popoli, tra le forze rivoluzionarie di Germania e di altre nazioni. Per poggiare l’egemonia militare sulla federazione delle rivoluzioni.
E’ ciò che, invano, avevano cercato di fare gli Anglo-americani; è ciò che, di sicuro, faranno i Russi.
Gli Americani hanno dei veri alleati: i democratici; i Russi hanno i comunisti; i Tedeschi non hanno riconosciuto i loro alleati naturali, i socialisti europei.
Ma questi, pochi all’inizio, potevano sviluppare le loro forze solo in un clima di tumulto generale, di convergenze ardenti.
La Germania ha avuto paura. Temendo per la coesione e l’efficacia del suo esercito, la Germania ha avuto paura di farne un’arma rivoluzionaria; ma i soli eserciti che hanno fatto storia nel mondo sono stati quelli delle rivoluzioni armate.
La Germania ha avuto paura di cessare di essere se stessa per divenire l’Europa; la sua aquila non è divenuta una fenice pronta a rinascere dalle proprie ceneri.
E’ dunque troppo tardi? La comunità delle sofferenze per i massacri russi e americani, gli incendi, le rovine,: tutto ciò va forse a confondere occupanti e occupati, conquistatori e conquistati, difensori e difesi? Ci sono ancora frontiere, in Europa, per i nugoli di aerei americani, per le orde asiatiche? Ci sono ancora dogane tra le folle ridotte alla miseria? Può esserci forse una bandiera diversa da quella rossa, sulla superficie di un continente interamente ridotto al socialismo marxista, volente o nolente? Chi mai potrà risollevare l’Europa dalle rovine, se non il socialismo? Non saranno certo le banche o i trusts.
Ora è tempo che i Tedeschi non solo proclamino, ma realizzino il socialismo europeo sulle rovine dell’Europa. Perché, in mezzo a queste rovine, c’è ancora la nostra anima da difendere.
Il momento peggiore è quello migliore.
Le trasmutazioni sociali decisive si compiono in piena guerra.
E’ stato in piena guerra che l’Inghilterra puritana, la Germania luterana, la Francia giacobina e la Russia leninista, hanno compiuto i passi decisivi nella lotta all’interno.
E’ in piena guerra, quando i russi avanzano, che bisogna compiere i gesti decisamente europei e socialisti.
(Maggio 1944)